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Intervista al Dott. Aldo Manfredi

Intervista Dott. Aldo Manfredi
Tempo di lettura: 10 minuti

Capire e gestire al meglio le emozioni dei bambini è molto importante per ogni genitore: un figlio che sta bene è infatti un bambino sano ma anche sereno. Come garantire, in famiglia e a scuola l’equilibrio psicologico dei bambini? Come aiutarli a crescere sani nella mente oltre che nel corpo? Lo abbiamo chiesto al Dr. Aldo Manfredi, pedagogista, che ci ha fornito preziose informazioni e utili consigli per favorire lo sviluppo di una mens sana in corpore sano.

Le domande

  1. Dottore, come stanno i bambini e ragazzi under 14 oggi in Italia? Ci sono delle differenze a livello regionale?  
  2. Quali sono i fattori che “determinano” o che comunque incidono sullo stato di salute e benessere dei più piccoli? 
  3. Sono molti gli studi che rivelano che la salute dei figli (anche poi crescendo) dipende dai genitori e dunque dal loro stile di vita (qui un articolo di esempio). È vero? Quanto è determinante il ruolo del genitore? Quali sono le abitudini a cui i genitori devono prestare maggiore attenzione, nell’ottica di una possibile “influenza” sui figli? 
  4. Quali sono i maggiori problemi che riscontra come esperto in ambito pedagogico-educativo (ad es. Conflitti genitori-figli che la impattano sulla crescita, ambiente scolastico, etc.)?
  5. Non solo SARS-CoV-2: secondo un sondaggio di Save The Children condotto a settembre 2020 su oltre 13.000 bambini in 46 Paesi del mondo, a causa della pandemia, più di 8 bambini su 10 hanno avvertito un aumento dei sentimenti negativi, con una conseguente crescita nei livelli di depressione, ansia, solitudine e autolesionismo. Nei Paesi dove le scuole sono rimaste chiuse dalle 17 alle 19 settimane, poi, il malessere psicologico è aumentato nel 96% dei casi. Tutto ciò porterebbe a pensare che una delle malattie peggiori per i più piccoli sia veramente la solitudine. È così? Come hanno vissuto i più piccoli italiani la pandemia, le restrizioni e poi il rientro alla “nuova normalità”? 
  6. In questo senso e tenuto in considerazione che la scuola è il luogo in cui gli under 14 trascorrono la maggior parte delle loro giornate, che ruolo gioca e può giocare il tempo scolastico e l’educazione ricevuta a scuola nello stato di salute dei più piccoli nel loro percorso di crescita? 
  7. Qual è il ruolo dell’insegnante? Quanto conta all’interno del percorso di crescita di un bambino/ragazzo, nei genitori, nella scuola e nella relazione tra gli attori in questi ambienti? Oltre alle capacità didattiche, quali caratteristiche dovrebbe avere l’insegnante del futuro, anche prossimo, alla luce dei numerosi e veloci cambiamenti vissuti dai bambini in ambito sociale e relazionale (dalla pandemia, ai social network, etc.)? 
  8. Da ultimo, Dottore, quali sono i 5 consigli che darebbe ai genitori, per tutelare e garantire quotidianamente la salute del proprio figlio, della propria figlia e che possono valere anche per insegnanti ed educatori?

Le risposte

  1. Dalla prima elementare in avanti c’è un obbligo legislativo previsto a livello nazionale e di conseguenza la copertura è totale. A livello regionale la grossa differenza è nei servizi per la fascia 0-6 anni. Se gran parte del Nord Italia, infatti, rientra negli standard dei servizi garantiti ai bambini, con una frequenza molto alta al nido d’Infanzia (e con l’Emilia-Romagna che rientra nella media fissata della UE), al Sud queste differenze scompaiono: il Nido è quasi inesistente, con tutto quello che comporta. Il Nido, infatti, è un “facilitatore di contesti”, nel senso che prepara il bambino alla società che verrà, favorisce quella che Howard Gardner chiama “Intelligenza Sociale”, ovvero la capacità di stare in un contesto differenziato per sesso, religione, cultura, livello sociale; in questo senso, si può dire che il Nido sia, appunto, un livellatore sociale, che prepara il bambino alla società plurale che verrà. Questa intelligenza è quindi un requisito fondamentale per la crescita e lo sviluppo del bambino.  A livello regionale le differenze sono attutite nel caso della scuola dell’infanzia, dove il Sud tende molto a utilizzare questo servizio anche con delle punte di eccellenza. Il grosso divario che c’è tra Nord e Sud riguarda, in senso più generale, una minor tutela del diritto alla salute, un rischio più alto di povertà, oltre a una maggiore eventualità di esclusione sociale e culturale, tutti fattori che incidono nella crescita e nello sviluppo del bambino. Prendiamo ad esempio non solo la presenza dei consultori, ma anche di cinema e biblioteche, che sono attività culturali fondamentali nell’infanzia: ci sono alcune zone dell’Italia in cui questi punti di ritrovo scarseggiano in modo preoccupante. Poi c’è anche il fattore alimentazione: l’Italia è il Paese con il più alto tasso di obesità in Europa e l’incremento è considerevole, in particolare nelle Regioni del Sud Italia. Rispetto a queste considerazioni, c’è poi da precisare che mancano anche molti dati al Sud per riuscire a realizzare un quadro preciso della situazione: la carenza di dati, i famosi Big Data, sarebbero fondamentali per avere una fotografia esatta della situazione, con la possibilità di intervenire nelle zone con maggior necessità.
  2. Da pedagogista direi che, nel mondo occidentale, quelli che sono considerati i bisogni primari (una sufficiente alimentazione, un luogo dove abitare, un ambiente sicuro dove vivere), sono generalmente soddisfatti. È fondamentale, perciò, la cura di “quello che non si vede” e quindi dei bisogni intangibili. In primis, la permanenza di fronte agli schermi: oggi rischiamo di perpetuare sulla mente i danni che abbiamo fatto all’ambiente. È necessario quindi iniziare a parlare più non solo di tablet, di cellulari, di televisione, ma di schermi in generale. I bambini oggi, infatti, passando da un dispositivo all’altro e sommandone l’uso, rischiando di trascorrere 4-5 ore al giorno (per non dire di più) davanti agli schermi, spesso senza uscire di casa ed evitando le attività all’aria aperta. Televisione, cellulare e Play erodono molto del tempo libero del bambino, anche in tenera età, e questo incide molto sulla loro crescita, anche perché si sta abbassando notevolmente l’età della prima esposizione agli schermi. Studiosi come Richard Louv, autore del libro “L’ultimo bambino nei boschi. Come riavvicinare i nostri figli alla natura”, hanno collegato la sovraesposizione agli schermi a discapito del tempo speso all’aria aperta alla diffusione delle cosiddette “malattie sociali”, come i disturbi del comportamento e dell’attenzione, unitamente a problemi di depressione infantile (età che di solito veniva risparmiata da quest’ultima patologia), tutte malattie che fino a pochi decenni fa non venivano nemmeno mappate per questa fascia d’età. Louv chiama queste malattie “Deficit da Natura” e, anche se non è ancora provato, pare ci sia una correlazione tra quest’improvviso rinchiudersi in casa a ‘scrollare’ lo smartphone e i due milioni e mezzo di anni in cui il corpo dell’uomo ha vissuto all’aria aperta, esposto a tutto, in simbiosi con la natura. Pare, cioè, che il corpo rinchiuso tra quattro mura recepisca il messaggio che “non sta bene”, perché quando ci si fermava immobili per lungo tempo, il messaggio che riceveva il corpo per due milioni e mezzo di anni è stato “sto morendo”. Ovviamente le restrizioni durante la pandemia e la diffusione della scuola online hanno reso la casa sempre più un nido protettivo in cui tutto può essere a portata di mano: invece di andare al cinema, la piattaforma web; invece che praticare sport all’aria aperta, la Play Station che simula lo sport in soggiorno; piuttosto che giocare in cortile o in giardino, si opta per i video giochi o ci si incontra in chat. Per tutti questi motivi la nuova generazione nata dopo il 2007 (data di nascita del Web 2.0, con Facebook e Instagram per intenderci) viene chiamata da alcuni studiosi “generazione meno”, perché è come se fossero 5 anni in ritardo rispetto al ciclo di crescita.
  3. Il ruolo del genitore non è determinante, è tutto. Secondo alcuni studiosi, però, quello che sta succedendo è che gli adulti, da almeno vent’anni, si stanno “infantilizzando” mentre i bambini  si stanno “adultizzando”, creando di conseguenza una società orizzontale in cui ai minori  vengono consegnati strumenti (come cellulari, tablet, ma anche carte di credito) che poi non sono in grado di utilizzare responsabilmente, con una conseguente deresponsabilizzazione da parte dei genitori – un processo in cui i genitori tendono a delegare all’esterno la responsabilità che deve essere loro – che spesso può sfociare nella pretesa che sia il Nido o la scuola a educare il figlio, quando invece la responsabilità dovrebbe partire proprio dall’ambiente domestico e dal rapporto genitore-figlio. La scuola e il Nido possono fare molto, certo, ma se manca l’alleanza genitoriale la sua azione è ridotta, ha un impatto minore. A livello pratico, le abitudini a cui i genitori devono prestare maggiore attenzione perché potrebbero influenzare negativamente i figli sono anzitutto quelle che si trasmettono semplicemente vedendo il genitore che abitualmente compie quel gesto:  fumo e alcool, ma anche l’utilizzo della TV, sottostimata e, proprio per questo, che continua imperterrita a fare danni, in particolare se questa viene lasciata accesa, anche senza volume, in presenza di bambini di 0-3 anni: lo sfarfallio dello schermo è una fonte di distrazione continua in un periodo in cui il bambino inizia il gioco simbolico “costruendo mondi” e l’aggiunta della TV, un’ “arma di distrazione di massa”, rende il bambino, che rimane seduto di fronte a uno schermo, al chiuso per lunghe ore, spesso quelle del pomeriggio che potrebbero essere sfruttate per altre attività, passivo e inerte. Questo non significa che la TV non debba essere utilizzata, ma che è fondamentale assicurare una dieta mediatica per la salute del bambino. Un assioma cognitivo dice infatti che il linguaggio è polisemico e il comportamento paradigmatico, a significare che con il linguaggio si può dire quello che si vuole, ma il comportamento è fondamentale per l’educazione: si educa infatti il proprio figlio non con le parole, ma con il proprio comportamento, dedicandogli del tempo e dell’impegno. Quindi TV solo alla sera, poco tablet e cellulare in casa (anzi pochissimo o nulla sarebbe meglio), schermi spenti e qualche sano ‘no’ – parolina sempre più sconosciuta ai giovanissimi. Siamo noi che i bambini osservano per capire “come ci si comporta da grandi”.
  4. Il conflitto genitoriale è fondamentale: il genitore oggi tende a proiettare all’esterno le carenze dei figli, a individuare delle cause endogene (ad attribuire al figlio delle malattie o delle carenze che in realtà non ha, ad esempio sostenendo che se il figlio non siede composto tavola è perché “è fatto così” o perché ha una incapacità congenita) o esogena (attribuendo la colpa alla società, alla scuola, a chi “non lo capisce”). Questa figura del padre, poi, che fa l’amico (ma è un genitore!) e se ne sta in disparte e che magari decide di dormire nel letto del figlio per lasciarlo a letto con la madre per mesi (quando non sono anni), oltre a capovolgere l’ordine simbolico del bambino, che ha bisogno di pensare la coppia di genitori assieme anche quando è nel suo lettino, fa sì che si realizzi concretamente il complesso edipico: eliminato il padre ho la mamma tutta per me, con conseguenti gravi disordini a livello di Identificazione Primaria. Non ci si dovrebbe stupire, poi, se i ragazzi non cercano più l’autonomia, considerando tutto è a portata di mano… Manca il conflitto, il senso del limite, una sorta, appunto, di conflittualità nei confronti dei genitori. Se nessuno pone degli sbarramenti e ci si preoccupa solo di assicurare loro una rete di protezione, il figlio non crescerà mai a livello di responsabilità individuale. Il genitore per il figlio dovrebbe invece essere il “portatore di cattive notizie”, colui che mette dei limiti e delle soglie di sbarramento.
  5. La pandemia ha sicuramente accentuato delle fragilità, anche nei bambini piccoli, in maggiore o minor misura a seconda dei casi specifici. Come esperienza di convivenza forzata, direi che la pandemia non sia stata scatenante in sé ma abbia accentuato delle situazioni già in essere, come il fenomeno dell’isolamento in casa, l’aumento della litigiosità coniugale o le separazioni di coppie con figli, effettivamente molto aumentate nel periodo in esame. Anche la ricaduta sulla scuola via web è stata in larga maggioranza negativa per gli studenti delle fasce più deboli e questo, più che incolpare giustamente anche la pandemia, ci dovrebbe però far riflettere anche sulle disparità sociali tuttora in atto. Poi certo, in alcuni casi, parlo dei piccolissimi, rinunciare alla madre contagiata da Covid o vederla solo attraverso uno schermo avrà sicuramente avuto degli effetti, ma ritengo sia ancora troppo presto per trarre conclusioni, considerando che non abbiamo dati certi elaborati ad una giusta distanza. Nei mesi di restrizioni e chiusure, però, si sono riscontrati anche degli aspetti positivi: gli schermi digitali, ad esempio, si sono rivelati di grande aiuto per i più piccoli, anche al Nido, per connettersi con gli insegnanti e con i compagni di scuola, per sentirsi meno isolati. Anche per i bambini più grandi poter usare WhatsApp ha significato sentirsi meno soli e essere dentro una rete di amicizie: incorporea, certo, ma comunque sempre meglio che di pura solitudine – un’agorà virtuale, ma pur sempre in essere.
  6. Il ruolo della scuola, dal Nido a quella dell’Infanzia, è fondamentale, perché prima si interviene meglio è, anche se le azioni sono efficaci solo se, lo ripeto, è concordato con la famiglia ‘alleata’. Il bambino ha i maggiori giovamenti a livello educativo solo quando c’è un allineamento tra scuola e casa, ovvero quando il genitore riceve gli input dalla scuola e li trasmette al figlio e viceversa. Va ripristinato, anche da parte dei bambini, il ruolo del maestro come autorità. Questo è fondamentale, intanto, perché il maestro è comunque una figura che va rispettata come un genitore – in quanto figura autorevole – e poi perché la “scuola parallela”, quella dei coetanei, ad oggi sembra contare più di professori e genitori. Ma se le regole, l’autorità, il rispetto non lo imparano da queste due figure, da chi ci aspettiamo che possano impararlo? 
  7. Il ruolo dell’insegnante per il bambino è fondamentale, primario direi, ovviamente se non subisce la squalifica da parte del genitore. Oggigiorno siamo di fronte a una cesura storica: nei millenni siamo passati da un codice orale a uno scritto, enormemente diffuso attraverso la stampa. Oggi siamo di fronte ad un linguaggio iconico, fatto di immagini (spesso in movimento) e simboli. La scrittura ha perso la sua centralità. È un bene, è un male? Non lo sappiamo. È fondamentale però che anche i professori guardino a queste realtà in modo aperto e insegnino ai bambini a starci di fronte in modo critico, aiutandoli a gestire il linguaggio digitale, a capire che un’informazione sul web non è ancora conoscenza, educandoli a guardare quello che scorre sul cellulare in modo non passivo. È importante poi che i professori sappiano anche trasmettere un sapere sempre più trasversale e contemporaneo, non più a canne d’organo, con i saperi separati in discipline o materie senza punti di contatto, ma collegate tra di loro. In poche parole, gli insegnanti devono acquisire la capacità di “apprendere ad apprendere”. A cosa serve d’altronde imparare una disciplina che cambia continuamente e magari tra due anni è già superata? Meglio apprendere come si è appresa. L’accento si sposta dunque sul processo dell’apprendimento, piuttosto che sull’acquisizione dei contenuti. 
    • Ricordarsi che la relazione educativa è asimmetrica, dove a “comandare” sono i genitori, almeno fino alla fine delle medie. Quando poi i figli cominciano a crescere (alle superiori) e diventano ragazzi e poi adulti la relazione, gradualmente, può iniziare a diventare simmetrica per poi, col tempo, quando i genitori invecchieranno, capovolgersi; ma ora sono i genitori ad avere l’educazione dei figli in mano e questa responsabilità va ristabilita senza aver paura di essere superati.
    • Avere il controllo del tempo dell’uso degli schermi digitali, assicurando una “dieta mediatica” che si attua sommando il tempo che il bambino passa di fronte a uno schermo. 
    • Riscoprire il tempo all’aria aperta, anche in zone vicino casa, possibilmente senza prendere l’auto. Citando Louv, si deve iniziare a concepire il tempo passato all’aperto non un passatempo ma una necessità indispensabile per il bambino, come mangiare e dormire. 
    • Stare con i figli e i ragazzi, senza fini o attività prestabilite, anche annoiandosi. La noia permette a bambini e ragazzi non solo di riposare la mente, di decentrarla rispetto alle attività centrate (in primis: gli schermi!), ma anche di favorire il pensiero creativo, che arriva nei momenti di “riposizionamento inerte”, ovvero quando non facciamo nulla! 
    • Ricordarsi che il bambino sta meglio nella certezza di una guida sicura (il genitore) che nell’incertezza del “senza regole”, dove perde la possibilità di imparare a contenersi: i bambini insicuri, agitati, ipercinetici, distratti e, spesso, aggressivi, sono quelli che non hanno sviluppato la capacità di contenersi, di trattenersi di fronte a uno stimolo non perché malati, come si tenta di far credere ma, semplicemente, perché “non è stato insegnato loro”. 

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