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AIDS, 41 anni di una malattia da non dimenticare

AIDS, 41 anni di una malattia da non dimenticare
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1981: primo caso “ufficiale” di AIDS, riscontrato in un paziente con una forma di polmonite. Studi recenti hanno poi dimostrano che il dell’immunodeficienza umana è passato all’uomo direttamente dai primati nel 1930 e che il primo decesso per AIDS sia avvenuto in Congo nel 1959. 

Oggi, a 41 anni di distanza, occorre impegnarsi ancora nella sfida al HIV perché, nonostante i passi avanti compiuti nella cura della patologia, l’AIDS non è certo una malattia scomparsa sebbene, sovente, l’HIV sembri un virus, alle nostre latitudini, dimenticato. Non solo, invece, l’AIDS miete ancora numerose vittime, soprattutto in certe aree del mondo come l’Africa, ma continuare a tenere alta l’attenzione sulla malattia consentirebbe di renderla nota anche alle nuove generazioni favorendo la messa in pratica di comportamenti di prevenzione, evitando, ad esempio, comportamenti a rischio.

È importante, quindi, continuare a diffondere informazioni sulla presenza di un’infezione, quella da HIV, che si può trasmettere facilmente con il rapporto sessuale. Sarebbe quindi sempre importante raccomandare, ancor più in caso di partner occasionali, l’uso del profilattico. Il problema più complesso da affrontare, secondo gli esperti, è proprio la difficoltà a far percepire alle persone che l’infezione rappresenta ancora un rischio e che, quindi, l’AIDS non è certo un nemico da dimenticare, e soprattutto sottovalutare.

Per questo, anche nell’ambito di un progetto editoriale come Semplicemente Salute, che si occupa della corretta gestione di piccoli disturbi di salute, appare fondamentale ricordare la prevenzione e soprattutto sensibilizzare, in caso di comportamenti a rischio, ad eseguire il test per l’HIV, al fine di riconoscere precocemente chi ha contratto l’infezione e attivare rapidamente le cure che oggi consentono di tenere sotto controllo la malattia, oltre a prevenire nuovi casi. Ciò che conta, quindi, è raggiungere la formula 90-90-90. Queste tre cifre, infatti, pongono in percentuale gli obiettivi che Unaids (l’Organizzazione per le Nazioni Unite dedicata all’infezione) si è posta su scala mondiale: arrivare a riconoscere il 90 per cento delle persone sieropositive, abbassando quindi il rischio di contagi inconsapevoli che favoriscono l’aumento dei casi di infezione, trattare correttamente almeno il 90 per cento dei soggetti e, soprattutto, ottenere nella stessa percentuale la completa soppressione della replicazione virale, cioè l’impossibilità di rilevare il materiale genetico del nel sangue.

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