Il neonato e, più in generale, il bambino molto piccolo, non riesce a esprimersi con le parole. Per questo, il pianto diventa il principale mezzo di comunicazione che il bimbo utilizza con l’obiettivo di favorire la propria sopravvivenza. Imparare a riconoscerne le diverse cause aiuta i genitori a rispondere in modo adeguato e rassicurante. Le cause del pianto possono, infatti, essere diverse: le lacrime esprimono un malessere a volte di tipo patologico, molto più spesso fisiologico. E allora, proviamo a definire una sorta di “dizionario” del pianto, ricordando che il pediatra deve essere sempre e comunque il punto di riferimento per la gestione del piccolo e dei suoi bisogni.
Tipi di pianto del neonato e come riconoscerli
Le cause fisiologiche del pianto sono ben più comuni di quelle legate alla presenza di patologie nel neonato. L’esempio più classico e noto è quello della fame. Quando i neonati hanno fame, tendono in un primo momento a mettersi le mani in bocca per poi esplodere in un pianto che può anche sembrare inconsolabile. In questi casi, infatti, il pianto del piccolo può essere molto intenso e a volte accade anche che vengano sospettate coliche solo perché magari il piccolo non viene alimentato a sufficienza. Si tratta di una situazione non rara soprattutto nei primissimi tempi dalla nascita quando l’allattamento e la conoscenza delle esigenze del piccolo hanno bisogno dei necessari tempi di fisiologico adattamento.
In certi casi il pianto del neonato assume anche le caratteristiche di un pianto isterico: il bimbo è irritabile, nervoso e inizia a piangere prima di addormentarsi. Poi, il pianto cessa improvvisamente appena il bimbo si addormenta. In genere, in questi casi, il pianto è solo sinonimo di stanchezza. Una situazione simile può accadere se il bimbo vive un disagio: se per esempio ha troppo caldo o ha bisogno di essere cambiato. In questi casi, il pianto cessa con il ritrovato benessere.
Altra causa di pianto è il mal di pancia. Urla e strepiti compaiono perché il pancino fa male, se il neonato non riesce ad andare di corpo e si crea troppo aria nell’intestino. Il pianto si calma, a tratti, per stanchezza, ma se l’intestino non si libera tende a riprendere molto intenso per passare del tutto appena si torna alla regolarità.
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Il pianto da disagio intestinale a volte viene confuso con le coliche. Le due situazioni, tuttavia, sono diverse. Il pianto da coliche non appare legato a mal di pancia o aria nella pancia, ma più spesso viene considerato un pianto inconsolabile e disperato di natura non specifica. Questo tipo di pianto può essere definito in base a quella che viene chiamata formula di Wessel, caratterizzata dal tre: deve durare per almeno tre giorni, compare nelle prime tre settimane e aumenta fino al terzo mese e può andare avanti anche per tre ore.
Ci sono anche casi in cui il bimbo piange perché ha bisogno di coccole. Soprattutto nei primi mesi di vita, i bambini amano il calore del corpo dei genitori e tendono a piangere se non li si tiene in braccio.
Come calmare il pianto del neonato
Massaggio, musica, parole, dolcezza. E, ovviamente, il consiglio del pediatra. Sono queste le 5 “regole” da seguire per calmare il pianto senza perdere la calma e senza agitarsi più del dovuto. Questo vale soprattutto in caso di addormentamento, mal di pancia o coliche.
Quando il pianto ha natura fisiologica, ed è dovuto ad esempio a mal di pancia, il massaggio aiuta a superare il dolore addominale, favorendo la fuoriuscita di aria: bisogna dolcemente accarezzare il pancino in modo circolare seguendo il percorso del colon dal basso verso l’altro, tornando in basso. Anche tenere seduto il bimbo sul proprio addome sollevandogli le gambine può aiutare in caso di aria nella pancia.
Inoltre, accarezzare ripetutamente la schiena del piccino, soprattutto prima del sonno può aiutare il bimbo a rilassarsi e addormentarsi con minore fatica.
La musica può essere di grande aiuto per calmare e distrarre il piccolo. Occorrono melodie su misura, magari con la voce di mamma e papà che canticchiano canzoncine che aiutano il bambino a sentire vicino il genitore. A fare la differenza, ovviamente, sono poi le parole. Il racconto di mamma e papà, con le inflessioni della storia, rappresenta un valido sistema per far riposare il piccolo.
Infine, oltre ad ascoltare il bebè, tenete presente che ci vuole sempre tanta dolcezza e tanta calma. Se ci preoccupiamo, irritiamo o agitiamo, il bimbo lo sente e questo può peggiorare il suo pianto. Questo va tenuto presente anche considerando il fatto che in caso di pianto mamma e papà si comportano in modo diverso. La madre è più pronta e reattiva rispetto al pianto del piccolo mentre, in genere, il papà fa più fatica. A dirlo è anche una ricerca di qualche tempo fa apparsa su Neuroreport e condotta da due ricercatori italiani, Gianluca Esposito del Riken Brain Science Institute in Giappone e Nicola de Pisapia dell’Università di Trento. Gli studiosi hanno fatto ascoltare il pianto di neonati che reclamavano il pasto a volontari dei due sessi, registrando con una speciale risonanza magnetica l’impegno delle aree che venivano attivate. In presenza di pensieri in libertà, quindi senza apparente impegno a riflettere su una determinata cosa, le donne riuscivano a mettere subito in moto una reazione modificando la propria attività cerebrale, mentre lo stesso non accadeva tra i maschi. Tradotto: le mamme riescono a mettersi in linea immediatamente col pianto del neonato, mentre papà ci riesce meno e in modo meno automatico.
In conclusione, dato che i bimbi molto piccoli piangono per comunicare bisogni e disagi, mamma e papà debbono seguire qualche semplice regola: occorre fare attenzione alla routine del bimbo e verificare alcune situazioni come la pulizia del pannolino, la fame, il sonno e il microclima della stanza e della culla, e infine consolare, con un abbraccio o tenere in braccio il piccolo e cullarlo.
Per le cause fisiologiche del pianto queste regole aiutano a gestire e limitare la situazione nella grande maggioranza dei casi.
Quando il pianto può indicare un problema
Come detto, le cause del pianto sono di natura prevalentemente fisiologica. Tuttavia, anche quando i bimbi non stanno bene tendono a piangere. In questi casi, il pianto del neonato può diventare anche non consolabile e, soprattutto, associarsi a disturbi come febbre, vomito, scarso aumento di peso, rifiuto del cibo o difficoltà respiratorie. Capita che può durare a lungo senza motivo apparente, anche e soprattutto quando arriva la sera o nel tardo pomeriggio. In questi casi ci vuole più attenzione.
A volte il pianto può essere acuto, prolungato, e far irrigidire il bambino che tende a piegare le gambine sull’addome. Altre volte, il pianto può essere ininterrotto con rifiuto dell’alimentazione: pur piangendo, il piccolo sembra non rispondere agli stimoli e apparire quasi addormentato.
In tutte queste situazioni, il pianto del bambino appare diverso e va sempre sentito il pediatra sia che ci siano febbre, vomito o altri sintomi sia che non sembrino esserci motivi evidenti. Un pianto prolungato, inconsolabile anche associato a eccessiva sonnolenza va sempre indagato dal pediatra perché le cause di natura patologica potrebbero essere numerose: si va da vere e proprie patologie intestinali come l’invaginazione fino al mal d’orecchie, al dolore di gola, a infiammazione dell’occhio, a dolori legati alla cistite e alle infezioni urinarie.
Il caso del reflusso gastroesofageo
Una delle origini più comuni del pianto neonatale è la malattia da reflusso gastroesofageo, con l’acido che risale verso l’alto dallo stomaco e quindi disturba il piccolo. Spesso il reflusso – di natura temporanea – è “figlio” dell’immaturità dell’apparato digerente: può capitare che la valvola che collega l’esofago con lo stomaco, ovvero il cardias, non sia perfettamente conformata che quindi non riesca a contenere l’acido prodotto dallo stomaco.
In certi casi anche la posizione del neonato, che spesso sta sdraiato, può rendere più facile il rigurgito del latte verso l’alto, con conseguenti fastidi. Il latte stesso, peraltro, specie se le poppate sono frequenti può favorire la comparsa di reflusso.
Il pianto riesce a rivelare l’origine dei fastidi con una correlazione provata nel 70% dei casi studiati comparando, in tempo reale, una sofisticata analisi del suono con la rilevazione del pH gastroesofageo. Lo studio è stato presentato durante il Congresso della Società Italiana di Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica – SIGENP tenutosi a Roma. Lo studio condotto in Italia ha cominciato a decodificare il pianto dei neonati analizzandone le frequenze sonore, l’intensità e altri parametri. In base alle caratteristiche acustiche del pianto, la ricerca ha permesso di individuare tre fenotipi di pianto: uno legato alla fame, uno al sonno e uno correlato al reflusso gastroesofageo. In quest’ultimo caso, i pianti sono stati analizzati valutando contemporaneamente la presenza e il tipo di liquido nell’esofago mediante una pH impedenziometria – esame che con un sondino collegato a un particolare ‘registratore’ permette di diagnosticare il reflusso gastroesofageo patologico, e la sua associazione con i sintomi. Lo studio ha così riscontrato che nel 70% dei casi al reflusso corrispondevano determinate frequenze e intensità acustiche, a dimostrazione che il pianto cambia a seconda di cosa il bambino vuole andare a comunicare.
FAQ – Domande e risposte frequenti sul pianto del neonato
1. Come interpretare il pianto del neonato e riconoscerne le cause?
Il pianto del neonato è il suo principale mezzo di comunicazione e nella maggior parte dei casi ha cause fisiologiche come fame, sonno, stanchezza, bisogno di coccole o mal di pancia. Ad esempio, il pianto da fame è intenso e può sembrare inconsolabile, mentre quello da stanchezza spesso compare prima di addormentarsi e si interrompe improvvisamente. Un pianto legato a disagio intestinale può alternarsi a momenti di calma e riprendere finché il problema non si risolve. Imparare a osservare segnali e contesto aiuta i genitori a rispondere in modo adeguato.
2. Come calmare il pianto del neonato in modo efficace?
Per calmare il pianto del neonato è importante mantenere la calma e verificare prima i bisogni primari: fame, pannolino, sonno e temperatura dell’ambiente. In caso di mal di pancia, può essere utile un massaggio delicato e circolare sul pancino per favorire la fuoriuscita di aria. Anche cullarlo, tenerlo in braccio, parlargli con dolcezza o fargli ascoltare musica rilassante può aiutarlo a sentirsi rassicurato e protetto.
3. Quando il pianto del neonato può indicare un problema?
Sebbene il pianto sia spesso fisiologico, in alcuni casi può segnalare un problema di salute. È importante contattare il pediatra se il pianto è prolungato, inconsolabile o associato a sintomi come febbre, vomito, difficoltà respiratorie, rifiuto del cibo o eccessiva sonnolenza. Anche il reflusso gastroesofageo può essere una causa frequente di pianto persistente, soprattutto se il neonato manifesta fastidio dopo la poppata o rigurgiti frequenti. In presenza di dubbi, il parere del pediatra resta sempre fondamentale.
Leggi anche: Neonati: cosa fare per i primi dentini e i dolori della dentizione
Per saperne di più: SIGENP -Società Italiana Gastroenterologia Epatologia e Nutrizione Pediatrica
(https://sigenp.org/; https://www.youtube.com/watch?v=zIz64TZ8PGU).

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